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Nel dna dei nostri sogni

Intervista a Rodolfo Montuoro di John Amoroso, “IndieZone”

Rodolfo Montuoro è sicuramente una delle figure più interessanti del panorama italiano, capace di far convogliare, con garbo, la sua vasta cultura nelle sue canzoni. Cerchiamo di capire cosa c’è dietro il suo nuovo ep dal nome “Lola”.


Lola, le mitologie della notte, qualche Germania dove tutto è possibile. Lola nella realtà esiste?

Lola è un’immagine, un fantasma, una silhouette che si intravvede da una porticina di un livido interno berlinese, riflessa in un qualsiasi frammento di questo nuovo millennio. Una figura misteriosa e fatale, sorpresa sulla soglia ultima della sua giovinezza mentre cerca di scrollarsi di dosso le maledizioni dell’Epoca e del tempo. Lola ci racconta i suoi sogni mentre si guarda allo specchio. Non esiste fuori dal suo sguardo. O forse, per noi, è sempre esistita.

Quali sono le tue maggiori influenze letterarie?

La letteratura, la poesia, la conoscenza scientifica o gli intrattenimenti del pensiero costituiscono ormai per me, come per tutti quelli che vivono di parole, una specie di pratica respiratoria ininterrotta. E così mi è molto difficile stabilire, in queste boccate d’aria, quali sono i componenti di ossigeno, di azoto o di anidride carbonica... Diciamo pure che non sento nessun imbarazzo a lasciarmi suggestionare da qualsiasi gesto artistico o letterario che mi emoziona o che mi fa immaginare qualcosa di nuovo o di diverso. Mi piace molto farmi influenzare. Così passo indisturbato, senza esaltazioni o ripugnanze, dal sublime al trash. Sia in letteratura che in musica o nelle arti figurative. In quest’epoca della mia vita, mi affatica il pensiero di coltivare delle predilezioni. Posso solo dire che sono un lettore, un ascoltatore e uno spettatore molto inquieto e vorace. E, in questa sontuosa digestione bulimica, passa proprio di tutto.

Per quanto riguardano le influenze musicali? Franco Battiato per te è stato importante?

Devo confessare che di Battiato conosco solo la produzione dei primi anni settanta (“Pollution” e “Sulle corde di Aries”). Naturalmente, come tutti, ho apprezzato molto l’ironia e la geniale leggerezza di “L’era del cinghiale bianco”. Riconosco il suo alto valore nel panorama della musica contemporanea. Ma la mia conoscenza musicale di Battiato si ferma qui. Invece, di lui amo molto la voce. Anche se può sembrare sorprendente, mi ricorda Bryan Ferry. Certo, si tratta di due vocalità del tutto differenti. Ma l’associazione, per me, sta nella loro prodigiosa capacità di creare con la sola voce – a prescindere dalle parole o dai significati – un’eco di lontananza e di nostalgia.

In “Labyrinth”, nel pezzo iniziale, ho ritrovato i Radiohead, i bit di Thom Yorke nel suo disco solista.Vero?

Quando, nel 2006, è uscito “Eraser” di Thom Yorke, ricordo di averlo letteralmente consumato a furia di ascoltarlo, soprattutto il brano “Analyse” che poi ho anche ritrovato nella bellissima versione solo piano e voce al Mercury Music Awards. Sì, in effetti, mi è davvero congeniale il modo compositivo di Yorke e dei Radiohead. È inevitabile che si percepisca la parentela stilistica.

Sai io nella tua voce ci ho trovato: Battiato, Concato e Ivan Graziani. Che ne pensi?

Di Concato non ho né l’estensione vocale né quella sua inimitabile sincope swing. Anzi, credo proprio che la mia voce sia in antitesi allo swing. Non appartiene al mio mondo e ai miei ascolti. La “velatura” malinconica di Battiato forse mi deriva dalle comuni origini meridionali, da un certo orientalismo naturalmente incline all’evocazione e all’invocazione, registri che sono sempre echeggiati sulle sponde estreme del mediterraneo.

Ivan Graziani, invece, è un musicista che ho molto amato, non solo per l’anticonformismo, ma soprattutto per il suo sofisticato temperamento vocale, alla stesso tempo melodico e rock.


Che rapporto hai con i musicisti che hanno dato vita a Lola?

Io adoro i musicisti che suonano con me. Non solo quelli che ho ritrovato in quest’ultimo mio lavoro (Gennaro e Giuseppe Scarpato, Naomi Berrill, Carlo Romagnoli), ma anche tutti quelli che in questi anni mi hanno accompagnato. C’è un rapporto di stima, di sintonia, addirittura di telepatia, voluto e cercato. Questa volta, il nostro agire insieme mi ha fatto pensare a un sonetto di Dante dedicato all’amicizia “poietica”: quella particolarissima forma di naturale e non forzata reciprocità che crea, tra le persone che la coltivano, progetti condivisi, immagini e sogni che si realizzano, intraprese e avventure vittoriose. Proprio pensando ai miei musicisti, ho messo in note un celeberrimo sonetto di Dante, che ho intitolato “Per incantamento”. Qui il poeta si immagina insieme ai suoi amici più affini e creativi e alle donne più belle di Firenze su un magico vascello che attraversa lo spazio e il tempo, “a conversar sempre d’amore” e a creare – tra le meraviglie del viaggio – musica, bellezza e poesia. E questa rima cantata che ritroviamo in “Lola”, con le esatte parole di Dante, l’ho dedicata ai musicisti che hanno lavorato con me, come un omaggio, un augurio e un dono.

Confesso, non avevo fatto caso che il testo di “Per incantamento” fosse una messa in musica di un sonetto dantesco. A questo punto è d’obbligo che ci spieghi come mai questa tua propensione alle mitologie greche (per quanto riguarda i tuoi precedenti album “Orfeo” e “a_vision”), oppure a romanzi come “Hannibal Lecter” e ora, in questo album, anche il Sommo Poeta...

I miti sono stati una straordinaria fonte d’ispirazione in ogni epoca, perché – attraverso le storie fascinose e impressionanti che raccontano – hanno la capacità di rivolgersi con un linguaggio immediato e profondo a ciascuno di noi, di stabilire un collegamento istantaneo con il nostro inconscio, di dirci come siamo fatti e disvelare il dna dei nostri sogni, dei nostri desideri e del nostro stesso carattere. Quindi è inevitabile che il mito – nei suoi codici e nei suoi temi – sia presente nella mia musica. Inoltre, quel fortissimo tasso di energia tellurica e di inquietudine contenuto nel genere rock esalta il magnetismo e la suggestione dei suoi motivi. Ma sono anche convinto che la nostra capacità di creare “miti” non si sia completamente estinta con le storie degli antichi dei o degli eroi greci ma che, clandestinamente, abbia attraversato tutte le epoche, fino alla nostra. Noi stessi siamo ancora capaci di inventare nuovi “miti”, ovvero trame, racconti, caratteri e cataloghi di vizi o virtù in cui gli individui si riconoscono a prescindere dalle loro innumerevoli differenze. Soprattutto attraverso il cinema e la poesia. Infatti, cinema e poesia, con la loro grande capacità di creare dal nulla “visioni” potentissime, continuano a essere inesauribili generatori di nuove mitologie.


Visto e considerato che questa nostra intervista sta avvenendo tramite Myspace, che i tuoi album vengono distribuiti digitalmente da Believe, pare di capire che il rapporto che hai con il web è ottimo. Giusto?

Sono convinto che la dimensione digitale sia quella più appropriata alla musica, all’ascolto e alla diffusione, perché è quella che si addice di più alla sua natura “immateriale”. Viviamo in un momento molto entusiasmante in cui, con un semplice computer, è possibile accedere gratuitamente a un repertorio davvero universale. Non solo, ma c’è uno scambio più intenso di ciò che sappiamo e un arricchimento delle nostre facoltà di comunicare. Per questo motivo, già da qualche anno, il mio lavoro s rivolge quasi interamente alla Rete, disertando volentieri – quando è possibile – i canali tradizionali, che sono ormai diventati una tomba della musica. Devo dire che in questa dimensione mi trovo benissimo. Il fatto che su Myspace, per esempio, ho la possibilità di comunicare direttamente con chi mi ascolta (come in questo nostro colloquio), su una platea davvero internazionale, mi permette di andare felicemente avanti nel mio lavoro con il sostegno di un feedback ininterrotto. Infatti, anche questo mio ultimo progetto “Nacht” cresce e si sviluppa proprio grazie al fertlissimo effetto di ritorno dei miei ascoltatori della Rete.


Cosa dovremmo aspettarci da Nacht?

Questo album, che uscirà nel primo semestre del 2010, ha già un anno di vita. Perché ii suoi primi sette brani sono già stati pubblicati, ascoltati, recensiti. Hanno già un’esistenza propria e svolgono una funzione di battistrada per il full-length. Tutto ciò è stato possibile grazie alla distribuzione digitale. In questi mesi, io e i musicisti che mi hanno affiancato abbiamo avuto la possibilità di concentrarci più intensamente su ogni brano, di lavorare sulla costruzione dei diversi “scenari” musicali”, di avere una risposta immediata, di prenderci tutto il tempo per creare questa vera e propria epopea senza rinunciare nel frattempo alla sua visibilità e al suo pubblico ascolto. Alla fine, “Nacht”, quando verrà interamente alla luce, risentirà fortemente di tutto ciò, di questa paziente e creativa gestazione. Sarà un album sorprendente per le nuove track, ma nello stesso tempo avrà già i suoi affezionati ascoltatori che hanno seguito, prima con “Orfeo” e poi con “Lola”, le tappe precedenti insieme a noi. Questo spirito di condivisione con il nostro pubblico aggiungerà senz’altro un sapore speciale all’intero progetto.



John Amoroso, “IndieZone”, dicembre 2009.

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© 2020 by Rodolfo Montuoro

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