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Nostalgia del futuro

di Vivien Nevi


In “Ulisse”, eroe classico del nostos, Rodolfo Montuoro impone l’eterna domanda, la prima: “Dimmi chi sono”.

Salpiamo sull’Isola guidati dalla voce di Rodolfo Montuoro, voce-guida, voce-coscienza che si fonde con suoni irlandesi, fisarmoniche e bouzouki, charango e pianoforte, sax e chitarre, cornamusa, violoncello e violino. Comincia il viaggio nell’isola interiore, congiunzione tra microcosmo-macrocosmo, sincronia e moltiplicazione di un attimo fatto di parole pensanti. Una visione iniziatica che si dissolve, fugge e riecheggia. Questo evoca la prima traccia (“L’attimo”): vento, lune, oceani, silenzi e foreste, desiderio e paura. Attimi infiniti, disegnando le geografie dell’anima. E poi navigando in essa. “Parole e notti”: qui si apre una finestra sulla notte misteriosa e fragile, densa e insensibile. È difficile riuscire ad amarsi, immersi nel desiderio di fuggire con chi ci rapisce il cuore, un desiderio forte più del vento che ci fa respirare la notte. In “International Sea” è inverno e ancora oblio negli orizzonti di navi sfocate e di astri solari dispettosi. Siamo a Rimini o su un transatlantico? Forse l’anima vuole dimenticare quel calore che si scioglie… Cambiamo registro. Ironia. Ritmo. Rodolfo dipinge un fatuo mondo di aperitivi in “Odalische e ostriche”. Qui ci fa sorridere e riflettere su quanto siamo, volenti o nolenti, consapevoli o meno, vittime e carnefici nelle quotidiane cerimonie del nulla, dell’apparenza che mortifica quanto di unico ci sia e possa esserci in ogni persona. Questo pezzo mi fa venire in mente la poesia di Kavafis: E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te non sciuparla nel troppo commercio con la gente on troppe parole in un viavai frenetico Non sciuparla portandola in giro

in balìa del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti fino a farne una stucchevole estranea… In “Trappole” ancora attese e amori perduti dentro una luna inquieta. Desiderio di vivere pienamente il proprio destino. Un riff quasi ossessivo ripete: “Mi senti?”. Nella veloce connessione-sconnessione della melodia, la domanda invoca una piena corrispondenza, come eco di due anime che si sono riconosciute e possono risuonare all’unisono. Proseguiamo in un viaggio di oblio e rimembranza, nottetempo, e in paesaggi interiori solcati da domande maiuscole che arrivano incantati dalla nostalgia di qualcosa che abbiamo perso ma che forse possiamo ritrovare… per un attimo o per sempre. E la speranza più bella è quella di riuscire a ricontattare quella parte più segreta e nascosta di noi che si muove timida e magnetica nello spazio dei sospiri del mare e del vento. Le “Nuvole” si rincorrono e i destini si compiono. Gli innamorati si inseguono e si fuggono. Chiedono la loro sorte al tempo. Ma il tempo, inesorabile, è ignaro di tanta sofferenza. Sarà tardi per ritrovarsi e sconfiggere le proprie parallele solitudini? Sulle chitarre danzanti, torna quel senso di presenza-assenza che i violini chiudono e incorniciano in perfetta poesia. Ontico riflesso di specchi e identità rivelate. In fuga, in cerca di protezione, in continuo gioco, mentre la notte piange le sue lacrime… Una nostalgia cercata, voluta, nella poesia minimale dei testi e attraverso l’energia della musica che non si rassegna affatto all’infelicità ma lascia spazio alla lontananza dell’immaginare, al pensiero. Perché oggi, in questo mondo telematico in cui il lontano si fa fin troppo presente, e si consuma, tenere aperta la lontananza significa accettare il limite di non poter essere vicini, e in ciò desiderare e sentire e riconoscere l’altro. La nona traccia, “Brividi”, è un thrilling mood che si snoda in una metropoli fantasmatica. Nella sua conflittualità, la vita è un brivido, un’emozione fugace o una continua ricerca dell’altra metà perduta. Il pensiero cerca invano di evadere ed eludere se stesso, ma torna sempre sul crinale di un amore perduto. “Le città del Polo Nord” è una canzone che ci immerge in un’atmosfera circense, con tanto di sarabanda. Siamo al Polo Nord e il ritmo incalza tra suoni e sorrisi galleggianti, un soft-tango di vertigini, una girandola impazzita su pagine da scrivere e profezie di viaggi ancora da intraprendere. Ed eccoci all’ultima traccia, ..la title-track. Incipit.. in suspence. La scia elettronica si insinua nella trama della canzone-visione. La navicella spaziale riparte, svuotata e incredula, ancora ai confini di una domanda che risuona vicina e lontana, come un’eco: “Quando sorriderai nei miei occhi?”.

Stavolta, l’esilio del cuore lascia una traccia luminosa in questa notte di epos e mistero, che è poi la notte fatale di Eros e Thanatos. E continua il viaggio perché, come è scritto In La fortuna dell’uomo onesto di Fletcher e Beaumont: “L’uomo è la propria stella; e l’anima che può foggiare un onesto e perfetto uomo comanda ogni luce, ogni influsso, ogni fato; nulla per lui accade o presto o troppo tardi. I nostri atti sono i nostri angeli, buoni o cattivi, le fatali ombre che ci camminano accanto in silenzio”. Continua il viaggio. Dove ci porterà? …Abbiamo già nostalgia del futuro.




© Vivien Nevi, gennaio 2010.

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