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Acoustica. Oltre il tempo

di Andrea Caponeri




Artista anomalo, Rodolfo Montuoro. Sospeso tra più ere, sembra vivere in una dimensione che solo a tratti coincide con la nostra. La sua pura ispirazione l’ha portato fin da “A vision” del 2005 a percorrere vie poco battute, lontane dalla discografia ufficiale, e a prediligere sovente la distribuzione digitale dei suoi lavori (con un sodalizio di ferro con l’etichetta francese Believe Digital), costellando la sua galassia sonora di progetti multiformi e talvolta confluenti. Artista nascosto ai più, va da sé, orgogliosamente solitario e solingo.

Eppure noi dell’Isola amiamo gente così, infatti i suoi ultimi due lavori (“Nacht” e “Voices”) erano già stati segnalati su queste pagine rispettivamente da Jole Silvia Imbornone e Gerardo Pozzi. Anima inquieta, dicevamo, Rodolfo Montuoro si è via via inoltrato in paesaggi sonori in cui l’acustico fluiva nell’elettronico e nell’elettrico, la world music nel jazz, i battiti sintetici nell’orchestrazione da camera, con esiti talvolta più vicini al songwriting, altri al rock d’autore, altri ancora a una specie di pop sghembo. Ma ogni volontà di catalogazione è davvero inerte davanti a un repertorio che con cangiante mutevolezza sfugge a ogni definizione.

Su tutto emerge però la personalità visionaria e onirica di questo musicista lombardo che con coraggio ricerca la forma canzone nell’avanguardia, o viceversa, se preferite. In questo peregrinare la sua fidata bussola è spesso la poesia (quella di Dante, di Henry Barbusse, di Ottiero Ottieri, dei poeti anonimi baschi…) e più in generale la mitologia, che sia classica (Ulisse, Orfeo, Amore e Psiche…) o che sia moderna (Hannibal Lecter), come esplicitato nella trilogia delle ‘Mithologies’.

“Acoustica- Codex Metastasio post box”, l’ultima (per ora) tappa di questo incredibile viaggio, riprende in chiave, appunto, acustica alcuni episodi della sua vicenda artistica, da La colomba, Anima 1, Il prossimo sogno e Non si dimentica (apparse su “Hannibal”, il lavoro più saccheggiato) a Per incantamento e Labyrinht (entrambi dall’EP “Lola”), fino a Convergenze parallele e La svolta (da “Nacht”). Ma il cambio di pelle è così palese che Montuoro azzera i titoli, assegnando ognuno un codex (da 1 a10). La rilettura, che a volte è una vera e propria riscrittura, a partire appunto dal ‘codice’ originario, avviene con la fondamentale collaborazione di Maurizio Marsico (qui Monophonic Orchestra) che riveste delicatamente di pulsazioni e tappeti sintetici un po’ vintage la delicata chitarra classica di Montuoro.

Ciò che ne esce, in questa mezzora scarsa di musica, è qualcosa di letteralmente stupefacente, in cui l’ascoltatore sperimenta una sospensione temporale davvero rara di questi tempi. Ridotte all’essenziale, le sfuggenti canzoni di Montuoro si ritrovano così sorelle di quelle dolenti di un Nick Drake (si ascolti Codex#2 con quell’incipit alla Way to blue), o di quelle impastate di vita e religiosità di un Leonard Cohen. La voce di Montuoro, che con quella dizione e quella erre non può non ricordarci quella di Renzo Zenobi, accarezza docilmente parole di grande suggestione (e contemporaneamente precisione) il tutto in un’onda sonora anomala per le orecchie odierne, ottenuta con lo sfruttamento di echi naturali e la presa analogica su un registratore a bobine. La sensazione di un malinconico passato perduto è palpabile.

Una curiosità: in un paio di brani appare anche, accreditato alle drums machines, electronic tablas, e alla chitarra, il redivivo Andrea Tich (chi si ricorda del suo scandaloso “Masturbati”, album uscito per la gloriosa Cramps nel ’78?).

Non costringete il povero recensore a scegliere i pezzi migliori, anche se la griglia qui accanto crudelmente lo impone, perché mai come in questo caso l’opera va assaporata nella sua interezza, a occhi chiusi. Permettetegli però, a questo misero recensore, di fare il suo sporco lavoro e segnalare in tanta grazia qualche piccola macchia, dalla farraginosa messa in musica in Codex#6 della dantesca ‘Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io’ (sempre rischiosa l’operazione, se si resta fedeli al testo originale e non si è disposti a fare degli interventi) o l’accento spostato in Codex#3 (che “gelìda notte”). Per carità, dopo gli 883 si può fare tutto, ma resta sempre un che di stridente, almeno alle mie orecchie. Ma insomma, sono minuzie che nulla tolgono a questo incanto soffuso che è “Acoustica”. Andate, ascoltate e meravigliatevi.


Andrea Caponeri, “L'isola della musica italiana”, novembre 2021