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Dialoghi con l’ombra

di Lucia Castellini



“a_vision” di Rodolfo Montuoro ha tutte le modulazioni epiche e commoventi dell’aedo omerico: il canto nasce da un non voler più vedere, ma questa è tutt’altro che una disperata e rassegnata cecità.”

La musica di Rodolfo Montuoro è fuori del tempo: è musica intima, che richiede silenzio e arresto; non è mediabile dal corpo, non induce alla mimica del jazz, tanto meno alle contorsioni del rock o alle pose del pop. È musica in cui il movimento, il viaggio, è tutto mentale. Questo in anni in cui la musica sembra tutta ridotta a jingle: la si ascolta dappertutto, nei locali, in macchina, alla radio, nella pubblicità e nei film; ma poco da soli, nel proprio spazio individuale. Rodolfo, invece, riesce a creare una stanza intima, riservatissima, dove c’è solo una persona che ascolta e c’è una canzone.


In quest’album, la predominanza di sonorità acustiche, le atmosfere celtiche e jazz, gli inserti pop e classici, creano un mondo musicale pacato, raffinato, fatto di suoni sommessi e infusi l’uno nell’altro, senza proscenio. Neanche la voce ha proscenio: più che un canto, quello di Rodolfo è un sussurro mosso su una tonalità media che non indulge mai a foghe espressive o impennate acute, al massimo ricama sui bassi. Una voce che non vuole rendersi protagonista. Pregevole la melodia del canto, raffinata ma semplice, incarnata in un testo innestato dalla poesia.

La sonorità è principalmente acustica, ma non mancano inserti elettrici ed elettronici. La musica ha un andamento ciclico, misurato, in cui pause e crescendo sono segnati più dall’alternarsi degli strumenti che da variazioni ritmiche o armoniche. Tutti gli strumenti seguono quest’onda pacata: è come se, nella cornice armonica, ciascuno strumento dicesse la sua con la propria voce, aspettando esattamente il suo turno, come in un colloquio.

L’album comincia con “L’attimo”. Il tipico andamento ciclico di questo pezzo suggerisce, più che la transitorietà dell’attimo, l’eterno ripetersi delle cose. Rodolfo Montuoro sceglie alcuni dei simboli più ricorrenti nella nostra attività onirica (le foreste silenziose, i corpi siderali, le finestre a precipizio sul mare...) e non vuole aggiungere molto: in questa canzone la strofa si ripete due volte e il ritornello varia appena, passando però dalla “moltitudine” alla “solitudine” dell’attimo. Una strofa, un refrain e basta: questo il poeta voleva dire, non una parola di più.

“Parole e notti” è la canzone più sentimentale. Comincia qui il dialogo con un fantasma o con un’ombra, che si concluderà - fra scarti e fughe - nella canzone di approdo dell’album, “a_vision. L’arrangiamento si modula senza strappi, in un sound che respira nel petto, senza impastarsi alle viscere.

“International Sea”. Qui, insieme al fantasma, compare un altro pilastro tematico del disco: la scrittura dei luoghi, una specie di geografia dell’anima. Una geografia che è sempre fuga dall’io verso i posti della Terra, osservati, descritti, a volte traslati dall’esterno all’interno, e viceversa. Al motivo di questa geografia si lega un’altra figura ricorrente: quella di un uomo che cammina solo, quell’uomo che in altre canzoni scruta alberi, lampioni, orizzonti, città. Un uomo che praticamente ci passeggia davanti alle orecchie dall’inizio alla fine dell’album. Il recitativo qui, come gli altri strumenti, appare quando “è il suo turno”, eppure, se ci soffermiamo sulle parole, ci accorgiamo che non sta dicendo: qui le parole distraggono, risuonano per isolare l’unico detto, il “Dimentica” finale, che forse riassume tutto il valore di questa geografia interiore nei testi di Rodolfo che, mentre disegna i luoghi, invoca anche la loro cancellazione.

La geografia continua in “Odalische e ostriche”, una canzone in cui si sente la “puzza” di Milano come si sente la “puzza” di Genova nel “con quella faccia un po’ così” di Paolo Conte. Appiattito sul panorama consueto di Milano, città di sentimenti estinti, l’autore parla, esiste, solo per dare voce al fantasma. Praticamente, come in una versione poetica dell’Esorcista, l’uomo è qui solo per dare corpo ad altr(u)i demoni.

“Trappole” è il brano più pop dell’album. Torna diretto il dialogo con l’interlocutore invisibile; poi la musica si volge verso la canzone successiva, “Blind Runner”, una delle più intense. Il testo mi ha fatto venire improvvisamente in mente dei versi che avevo in qualche angolo della mia memoria e che mi piace attribuire a Georges Bataille, anche se non ne sono più sicura: “Io sopisco l’ago del mio cuore, rimpiango una parola che ho perduto, spingo il bordo di una lacrima dove l’alba, morta, tace”. Il giro di chitarra iniziale, elettrico senza distorsione, ricorda certi esiti dell’ultimo Battisti, quello più criptico; anche in questo pezzo c’è crepuscolo di suoni e di parole, c’è sospensione dolorosa: una musica allo spasmo che non si concede orgasmo liberatorio. Il giro di chitarra iniziale ritorna, ma da elettrico diventa classico; di volta in volta appaiono percussioni, tocchi, fruscii, tremoli, subito inghiottiti. La percussione ritmica brancola sullo sfondo, poi piano, molto piano, riemerge, ma sempre smorzata, ostacolata. L’urlo non sopraggiungerà mai, e il pezzo, avvincente, si chiude implacato.

La ciclicità, la modulazione degli strumenti nell’onda sonora, sono particolarmente presenti in “Ulisse”. Qui la musica assume quasi un passo di danza; la danza incerta di chi non sa a che ballo si trovi. L’attacco musicale è classico, poi il pezzo diventa uno dei più celtici dell’album. E i tre motivi ricorrenti, la geografia, l’uomo che cammina solo e l’ombra (o il fantasma) si ritrovano tutti nella consueta, dolorosa attesa. Colpisce il panorama, calato nella notte e l’inerzia dei corpi di fronte a un non-avvenire.

In “Nuvole” è notte fatta. La geografia è la città. L’unico tempo che ha valore è il passato. Non vediamo più una persona sola, ma due persone che, in posti diversi, agiscono specularmente: guardano la città, pensano alla solitudine, vivono un’assenza. Nel testo compare un “noi”, per un’unica volta. La musica è percorsa da un’energia limpida, che scorre senza picchi; la chitarra è in primo piano: apre il brano con un riff e poi segna tutta la ritmica. In fase di crescendo, però, sono gli archi che tornano a essere protagonisti. Eppure, tutto questo non richiama il cielo naturale: in linea con l’a_vision dell’intero album, le riprese delle nuvole sono accelerate – dalla musica e dal testo – come in certi film o come in un videoclip, con esiti surreali.

In “Brividi”, i sentimenti cristallizzati si beccano uno schiaffo in faccia. La rottura è nella voce del Fantasma, che finalmente si materializza e interviene nel dialogo, ma per interromperlo. Lo scarto non è nella musica ma è tutto nel testo, nel salto dal registro poetico a quello narrativo: irrompe la vita reale che sbaraglia il simbolo con la miseria dei fatti. L’inizio della canzone è molto efficace: una sonorità grave, drums’n’bass, per dire in musica i bassifondi del testo, le viscere della città, la geografia maledetta. Torna a scorrere il tappeto elettronico, ma l’apice testuale (la voce del fantasma) è per contrasto segnato dallo struggente suono degli archi.

“Città del Polo Nord” è la nota più vivace dell’album; l’atmosfera musicale è da gran circo, una musica da palo della cuccagna, nel luogo della Terra meno allegro che ci venga in mente, il Polo Nord. Qui la geografia si fa bizzarra, ci prende un po’ in giro: siamo nel Polo Nord, siamo al Corfù (?), uno di quei locali di terz’ordine in culo al mondo, in cui ci si fidanza o ci si sfidanza. Con un immagine, poi, che all’inizio sembra ricordare il Kerouac che fumava i mozziconi ma che diventa anche paesaggio, un paesaggio artico visto dall’alto della luna, dove gli iceberg sembrano appunto dei “portacenere in disordine”.

In “a_vision”, la title-track, c’è qualcosa dell’epica di Morricone: cominciano i fiati, prosegue a tocchi il pianoforte. Questa canzone dovrebbe dirci tutto, perché dà il titolo all’album. Eppure segna un ritorno all’ossessione. Il dialogo col Fantasma è già stato interrotto; resta una presenza larvale che procede sola nella geografia più estesa che si possa immaginare, l’eternità. Gli elementi che compaiono sono tutti connotati all’eterno: sole, luna, conchiglie, reperti immemoriali. E quest’uomo, che affabula delle sue astronavi smarrite, torna a ibernarsi nell’attesa di un ritorno. Qui persino il sole si è spento ma, improvvisamente, nell’eternità siderale il tono perde la rassegnazione e diventa impaziente. Come per paradosso, al congelamento del testo, risponde una musica calda, forse più che altrove.

Perché in fondo “a_vision” ha tutte le modulazioni epiche e commoventi dell’aedo omerico: il canto nasce da un non voler più vedere, ma questa è tutt’altro che una disperata e rassegnata cecità.




© Lucia Castellini, 2006.

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