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Musica ai tempi di colera

Intervista a Rodolfo Montuoro a cura della Redazione di “Wiple”

La musica è il magico e anche tragico paesaggio nei ‘tempi di colera’ e di incertezza che stiamo vivendo. Ma adesso, più che in altre epoche, la musica fa parte veramente del nostro corpo e della nostra attrezzatura fisiologica. È una condizione assolutamente nuova…”


Chi sei?

Sono un enigma a me stesso.

Dove trova le radici la tua musica?

Le radici sono incarnate nel battito cardiaco, nel movimento polmonare e nei vortici dello sguardo: la pulsione, la visione, il respiro interiore... Queste ramificazioni anche “fisiche” dell’identità per me sono diventate un linguaggio che immerge ovunque sonde e radici. Comunque il rock, nelle sue infinite mutazioni, proprio per la sua fluida potenza sensibile, è sempre stato il luogo originario della mia ispirazione. È qui la mia fonte, la mia radice.

Quali difficoltà trova un artista indipendente nel fare musica oggi in Italia?

Non amo le lamentazioni. Anzi, sono convinto che le rigidità del sistema discografico stanno diventando un volano fortissimo per la musica indipendente. Le barriere e gli impedimenti sono come delle dighe che moltiplicano la forza eruttiva di quei gruppi e artisti che hanno qualcosa di nuovo da proporre. Lo sviluppo crescente dei network sociali e della comunicazione in rete accrescono ulteriormente le opportunità e le motivazioni per fare e per condividere la musica. Viviamo in un momento veramente avvincente in cui i tradizionali poteri (major e grandi canali distributivi) si stanno sgretolando, grazie alla diffusione dello streaming e della vendita online. È come quando è caduto il Muro di Berlino. I vecchi potentati vanno verso il fallimento (vedi, ad esempio, il recente crack della Emi o il calo ormai abissale delle vendite nei negozi), cambiano le regole del gioco e tutto diventa possibile.

Come hai realizzato i tuoi album?

Ho avuto la fortuna, in questi anni, di trovare dei partners davvero straordinari: le edizioni Auditorium, AiMusic ed Egea e ora la label francese Believe. Ho goduto della più totale autonomia artistica e ho potuto realizzare i miei album scegliendo liberamente il cast dei musicisti e dei tecnici, governando i tempi e le situazioni più adatte alla mia ispirazione, senza preoccuparmi di somigliare al gruppo del momento o di lasciarmi imbrigliare nelle definizioni o nei generi che vanno per la maggiore. Questa libertà l’ho dovuta conquistare, facendo spesso a pugni col presente. Ma i risultati mi stanno ripagando.

Suoni dal vivo?

In questo periodo amo molto concentrarmi nel lavoro di composizione. E devo dire che considero con un certo fastidio la frenesia di andare al live a tutti i costi. Da un lato, amo raccogliermi per dare il massimo nella costruzione del repertorio, dall’altro sono legato a quello sprezzo tipicamente punk per le stucchevoli liturgie del palco e per le manie dell’esibizione. Non mi interessa il live sudorifico e muscolare. Amo di più le situazioni in cui puoi spartire veramente con le persone il subbuglio immaginario e l’intensità emozionale che si sprigiona dalla musica e dalla parola. Ma nella performance – almeno per me – dev’esserci, oltre a ritmo e musica, anche fortemente immagine e pensiero, costruzione e forma: tutti gli espedienti per assecondare la condivisione delle emozioni e dei mondi. Quando sarà il momento, i miei live cercheranno di contenere tutto questo pandemonio.

Come promuovi la tua musica? Che ruolo ha internet?

Di questi tempi, proprio per la digitalizzazione dei canali distributivi, la promozione è importante quasi quanto la produzione artistica. Attualmente la mia musica è promossa da Lunatik che è molto presente e autorevole nella rete. Internet, infatti, ha un ruolo fondamentale per la diffusione della mia musica. Anche se i miei album sono ormai in vendita in tutti i canali digitali internazionali, ho sempre offerto gratis la mia musica in streaming su Myspace e in Facebook. E, negli ultimi quattro anni, non c’è stato un giorno in cui i player con i miei pezzi non siano stati visitati e usati. Questo è il ruolo di Internet: una democratizzazione dell’offerta, dispiegata e gratuita. La musica ha fatto da battistrada per una nuova circolazione universale delle merci culturali, ma tra qualche tempo gli effetti della condivisione digitale investiranno completamente anche il mondo dei libri e di tutti i prodotti dell’ingegno. Come sta avvenendo nell’industria musicale, anche negli altri più blasonati santuari del Sapere cadranno molte vecchie statue di sale. Ne vedremo delle belle…

Il tuo brano “Hannibal” ha riscosso grande successo su “Wiple”. Ci racconti come è nato il pezzo?

“Hannibal” è la title-track di un album interamente dedicato alla figura di Hannibal Lecter, quello del bestseller di Thomas Harris e del film di Jonathan Demme con Anthony Hopkins. L’assassino-cannibale, l’infallibile psicologo, il cultore dell’intelligenza, della sensibilità e della bellezza, l’ispiratore della metamorfosi. Le sue vittime sono sempre umanamente repellenti, mediocri, ottuse, ambigue, dedite all’apparenza, conservatrici e sterili di talento. Proprio per le sue insolite caratteristiche, Hannibal è diventato una specie di “mito”, così come i terribili dei o eroi dell’antichità, capaci delle più tremende efferatezze ma sempre comunque presenti nell’arsenale dei nostri desideri o delle nostre più profonde paure. Non c’è niente di esaltante o di esemplare in questo personaggio: è la maschera/specchio di una sconsolante e atroce mancanza d’amore e di compassione. Il pezzo parla di questa mancanza e della conseguente e disperata passione di cannibalismo.

Per avere successo ci vuole talento... cos’è il talento?

Il talento è un linguaggio naturale tutto proprio, che porta tuttavia a comunicare più intensamente e direttamente emozioni e pensieri. È la capacità di portare alla luce delle cose nuove e diverse. Oppure di guardare alle cose con uno sguardo sempre nuovo e diverso. Ma non basta: il vero talento sta soprattutto nel portare anche gli altri nella “verità” di questo sguardo differente.

Che rapporto esiste tra musica e poesia?

La musica è poesia. E la poesia – fin dall’origine di ogni tradizione letteraria – è un tutt’uno con la musica. Basti pensare alla tragedia greca, alla “canzone” petrarchesca o dantesca, al “cantare” dei poeti provenzali oppure all’ antico “oratorio” barocco. Di solito, quando devo raffigurare questo concetto, mi viene sempre in mente l’immagine della medusa che ondeggia fascinosa e leggera nello spazio marino. Senza la musica, la voce o la phoné, la parola sarebbe come una medusa svuotata del suo mare: uno straccetto insignificante e velenoso senza nessuna forma e movimento. Anche sulla pagina scritta, quando leggiamo silenziosamente un verso, la parola risuona sempre insieme a una melodia nella nostra mente. Ed è per questo che, per cercare il verso o la parola adatta a una partitura musicale, mi arrovello per giorni e giorni fino a quando non si incastra perfettamente con la sua forma sonora e con il suo significato: quando cioè comincia a danzare elegante e ipnotica come una luminosa medusa.

Cos’è la musica per te e quanto credi in essa?

La musica per me è come una forma di respirazione, un movimento incessante e naturale, in cui però c’è anche il pensiero e l’immaginazione. Credo profondamente in essa come a qualcosa che ci offre sempre un destino e una chance, perché è un linguaggio universale di grandissima potenza aggregante. E, quando le persone si avvicinano e si ritrovano attraverso la musica o “nella” musica, nasce sempre qualcosa di buono e di nuovo. Non sempre è così nella conversazione umana. Nell’incontro-scontro delle idee, ad esempio, c’è sempre un sentore rancido di conflitto: di solito, gli intellettuali che maneggiano il pensiero, la retorica o la scrittura sono quasi sempre in lizza e in competizione tra di loro, facendo emergere i loro lati peggiori. Perché quasi mai si ascoltano e ancor più di rado riescono a tradurre vicendevolmente i loro linguaggi. Invece, non ho mai visto sorgere dinamiche conflittuali nell’incontro tra musicisti. I musicisti si ascoltano sempre tra di loro e la “traduzione” reciproca dei loro mondi avviene nella forma più felice e appagante.

“Incertezza e precarietà”. Secondo te come sta rispondendo la musica a questi due importanti temi sociali?

La musica regala paesaggi interiori, scenari, “luoghi” dell’incontro e della mente, tra le cuffiette dell’auricolare o sull’accalcato dancefloor della discoteca. La musica regala distrazione e concentrazione. È il magico e anche tragico paesaggio nei “tempi di colera” e di incertezza che stiamo vivendo. Ma adesso, più che in altre epoche, la musica fa parte veramente del nostro corpo e della nostra “attrezzatura” fisiologica. È una condizione assolutamente nuova. Se in passato l’ascolto era confinato nelle sale di corte, nei salottini dei palazzi, nelle sontuose sale-concerto o, più recentemente, sui costosi display dei negozi, ora invece fa parte intimamente della nostra vita. La maggior parte delle persone che incrociamo casualmente per strada ha la musica con sé, attaccata all’orecchio. Sentirsi immersi in una perenne colonna sonora può essere estraneante. Ma può anche diventare un modo per lasciarsi scivolare addosso la precarietà, dare tempo e voce all’incertezza e percepire, nella realtà, impreviste e altrimenti invisibili via di fuga. E anche delle “vie d’uscita”.

Hai un artista di riferimento?

Un musicista dev’essere prima di tutto un buon ascoltatore. Un ascoltatore vorace e infedele. Quindi, non posso avere un artista di riferimento. Sono però molto permeabile e i miei riferimenti sono innumerevoli come i rametti di un salice piangente.

Le cinque canzoni che non possono mancare nel tuo ipod.

Vediamo subito. Lasciami fare uno scrolling. In questo momento in pole position sulla lista dei preferiti c’è “Got Nuffin” degli Spoon, “Closer” di Corinne Bayley Rae, “Ulysses” di Reeves Gabrels, uno dei miei guitar-hero, “The Pretender” dei Foo Fighters, “Back in Town” di Izia...

Per ora, sono irrinunciabili, non possono mancare. Ma, come già ti dicevo, tra un paio di giorni al massimo, per via della mia infedeltà, quest’ordine sarà sicuramente sconvolto e, molto probabilmente, verranno a mancare anche loro, sostituiti da altri pezzi altrettanto “immancabili”.

Crisi discografica o crisi artistica?

La crisi è sicuramente discografica. Parlo, naturalmente, di un certo mercato, quello tradizionale ormai in galoppante via d’estinzione. Perché, se andiamo a vedere cosa succede nel web, ci accorgiamo invece che le vendite online stanno aumentando in misura esponenziale e il trend è sempre in rialzo. La crisi creativa è quelli dei vecchi papaveri, non c’è dubbio. Vedo invece fiorire proposte sempre nuove, numerose e avvincenti nel mondo indie.

Cosa ti piace e cosa manca a “Wiple”?

In “Wiple” si percepisce l’entusiasmo dei ragazzi che ci lavorano. Questo mi piace. E non manca proprio niente.

Che anno è stato per te il 2011?

Per me è stato un anno straordinariamente buono, se non fosse per il pesante clima generale. Ho concluso mio nuovo progetto “Nacht”, una specie di work in progress a puntate, un’epopea rock dedicata alle mitologie della notte. È andato a gonfie vele.

Quale futuro per la tua musica?

Amo la musica perché mi fa stare bene nel presente. E ho la testa così piena di melodie che non basterebbero dieci vite per farle suonare tutte. Perché mai dovrei pensare al futuro?

Dove possiamo vederti dal vivo o acquistare la tua musica?

“Nacht”, “a_vision” e “Hannibal” sono regolarmente in catalogo, distribuiti in tutti i negozi da Ird ed Egea oppure nei grandi portali delle vendite per corrispondenza: Ibs, Mondadorishop, Mediaword o lafeltrinelli.it. Ma tutto il repertorio completo è in vendita in tutti gli stores digitali (ITunes, Virgin, Amazon, Fnac, Play.me, Rapsody, MusicMe eccetera)

Vuoi fare un saluto e un augurio al pubblico di “Wiple”?

Il mio augurio per voi è quello di crescere con la stessa velocità e intensità con cui sta crescendo il repertorio della musica alternativa in questo periodo, e di mantenere sempre alto il livello della curiosità e del coraggio di scoprire cose nuove e diverse. Al pubblico di “Wiple” e al mio pubblico auguro una vita sempre più ricca di buona musica, perché chi ha voglia e tempo di cercare e di ascoltare la musica sta sempre bene.



a cura della Redazione di “Wiple” , novembre 2011.

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