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“Nacht”. Zero biografia

Intervista a Rodolfo Montuoro di Andrea Turetta, “Babylonbus”

Dopo la pubblicazione solo in digitale dei due bellissimi mini-album (“Orfeo” e “Lola”), Rodolfo Montuoro chiude il cerchio e arriva alla pubblicazione del full-length “Nacht”, in cui confluiscono le track rivisitate dei due mini-album precedenti e cinque nuovi brani (tre inediti e due remix). I testi sono folgorati da visioni, dialoghi, profezie, invocazioni. A volte, si avvolgono intorno a citazioni letterarie o cinematografiche. Con “Nacht”, e i suoi sontuosi ingredienti, Rodolfo Montuoro imprime un inconfondibile segno nel panorama indie e traccia le rotte future del rock italiano. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato l’artista...


È appena uscito il tuo disco dal titolo “Nacht”. È stato laborioso portarlo a termine?

Il progetto è nato due anni fa. Si è sviluppato dapprima in due puntate “online”, con la pubblicazione degli ep “Orfeo” e “Lola” sui maggiori webstore (ITunes, Virgin, Amazon, Napster, Fnac, Nokia ecc.) a cura Believe, la label francese leader in Europa per la distribuzione digitale. L’ultima tranche si è infine “materializzata” in “Nacht”, l’album full lenght pubblicato in cd da Incipit Records e diffuso (questa volta nei negozi di dischi) da Egea, con cinque inediti e la rivisitazione dei brani già pubblicati. Nel corso di questo avvincente percorso, ho sempre tenuto presente il feedback dei fan e dei critici musicali che, attraverso le loro suggestioni, le numerose recensioni ai primi due ep, i commenti, il supporto generoso sui social network, hanno reso più ricco e più vivo un lavoro che si è distinto per il suo carattere interattivo. Certo, il tutto è stato molto impegnativo proprio per questa complessità di aspetti e di fasi. Ma era proprio così che originariamente avevo pensato “Nacht”: come un work in progress, come una specie di odissea musicale che oggi – dopo tante felici peripezie – giunge finalmente in porto.


Hai scelto di intitolare il tuo album, “Nacht”. Le atmosfere delle canzoni inserite lo richiedevano? Questo album è il mio inno alla notte, modulato in tutti i brani, con un’intenzione quasi ossessiva. La parola “Nacht” è ricca di risonanze speciali. Appartiene al lessico della poesia, alla tradizione del più inquieto e tempestoso romanticismo europeo. Non ha le morbidezze delle lingue latine o di quella inglese. Dice dell’anima, dell’inferno, della nostalgia, del sogno, del delirio, del labirinto… Ha un suono grave questa parola, è come un colpo secco, una scudisciata. Nella scelta del titolo, infatti, oltre al richiamo di un retaggio letterario, c’è anche una suggestione fonetica che riproduce l’urto del perturbante e dell’inatteso.


Nei tuoi testi non mancano anche delle citazioni letterarie. In “Per incantamento” si fa riferimento a un sonetto di Dante

A volte, la pratica musicale per me diventa un modo quasi medianico di entrare in contatto con le voci del mio paesaggio interiore. Ogni tanto cerco di convocarle con la musica e mi illudo di intrattenermi con le stesse parole dei miei poeti, quelle che mi sono più care. E con la mia musica, fatta apposta per quelle parole. Come in un colloquio, insomma, tra quelle parole e la mia musica. Così è stato per Dante, per Ottieri, per i poeti simbolisti che ho messo in pentagramma: un dialogo necessario, una chiamata in vita, una conversazione. Del resto, il registro del dialogo o dell’invocazione torna spesso nel mio modo di comporre.


Quanto sono importanti le esperienze dirette e quanto la fantasia quando ci si appresta a far nascere una canzone?

Noi siamo continuamente presi dal nostro vivere. Sempre ingaggiati e in ostaggio della nostra identità, con le sue querule richieste di attenzione. Ma, se vivi bene con la giusta attenzione alle cose e agli altri, arrivi prima o poi a un punto in cui la biografia diventa un cappio insopportabile. Così, non ha più senso riprodurre la condizione “biografica” nella dimensione del sogno, dell’immaginario, della creazione artistica. Quei granelli di biografia che resistono alla distillazione poetica o musicale devono diventare qualcos’altro di assolutamente diverso e irriconoscibile. Zero biografia, dunque. Devi morire. Ma parlo per me e del mio modo di scrivere. Ovviamente, non posso e non voglio farne una regola generale.


Quali sono gli artisti in campo internazionale che senti più vicini al tuo mondo musicale?

Non è sempre detto che la musica suggerisca altra musica. Succede assai spesso, naturalmente. Ma altrettanto spesso così non è. Devo confessarti che in questo particolare momento sento molto affini al mio mondo musicale le opere della scultura e dell’architettura: mi suggeriscono delle costruzioni melodiche, delle regolarità, delle sequenze, delle armonie. Mi è successo recentemente mentre osservavo, per l’ennesima volta ma con altri occhi, la facciata della basilica di Santa Maria Novella a Firenze o certe campiture dello spazio di Zaha Hadid. Nel cortile della Dresdner Bank disegnato da Frank Gehry a Berlino mi sono sentito immerso in un oceano di melodie. Così è anche stato al cospetto della Cappella Greco di Francesco Jerace, un artista a cavallo tra otto e novecento che – secondo me – fa ancora risuonare i suoi corpi e le figure scolpite nel marmo.


Oggi in Italia è difficile proporre dei pezzi d’autore o invece possono fare la differenza vista la loro qualità?

Personalmente credo che un artista non debba mai preoccuparsi della facilità o della difficoltà di proporsi. Ma, a parte questo, non sono mai riuscito a avere un’idea della cosiddetta “musica d’autore”. Mi rendo conto che in Italia questa formula è continuamente usata, come il contrassegno “d.o.c.” sulle bottiglie di vino. Ma è una civetteria. In musica non c’è etichetta che dia garanzia di qualità. C’è musica e musica. Ci sono autori e autori. Forse converrebbe cominciare a valutarli per quello che fanno piuttosto che per le etichette, le chiacchiere o i distintivi che si appiccicano addosso.


In genere, per scrivere una canzone parti dal testo o dalle musiche?

Per me musica e parola sono un tuttuno. Non riesco a fare differenza. È il mio modo di comporre.


È stato difficoltoso trovare qualcuno che desiderasse pubblicare i tuoi pezzi?

Conta la costruzione del progetto. L’importante è che sia realizzato al massimo della qualità e che rispecchi esattamente le mie intenzioni. I momenti successivi della vendita o dell’affermazione mediatica hanno un senso molto relativo per me. Si è così concentrati sul proprio “demone” che non ci si accorge neppure degli sforzi e delle peripezie cui si va incontro per proporre e fare avanzare il proprio lavoro. Forse, proprio per questo mio “disinteresse”, non ho considerato se fosse facile o difficile.


In genere, per un artista, grande importanza rivestono gli appuntamenti live. È così anche per te? Non sento la frenesia del live a tutti costi. Ormai, con la caduta vertiginosa delle vendite nei negozi, sembra che il concerto sia l’ultima chance per raggranellare qualcosa. Spesso è una riproduzione in economia del disco. Non mi piace questo andazzo. Un mio live richiede una cura sontuosa della dimensione “visuale” e rappresentativa, proprio come avviene per la costruzione del progetto musicale. Anche in questo caso, mi sento molto disinteressato agli aspetti di “spettacolarizzazione” del mio lavoro. Mi importa assai di più della composizione e della produzione. Il live dev’essere allo stesso livello. Altrimenti, non ne vale la pena. Quando ci saranno queste condizioni, andremo volentieri in concerto, anche per una forma di devozione e di rispetto nei confronti dei miei fan che – da quanto ho capito – condividono le mie stesse manie e idiosincrasie.


Da alcuni anni si parla di crisi del settore discografico… Pensi sia una crisi causata dal crollo delle vendite di dischi o anche che vi sia una carenza di cose nuove da proporre da parte dei vari artisti? La cosiddetta “crisi” è una vera e propria liberazione. È il segno di una rinata vivacità e iniziativa. Vedo ovunque del mondo e anche in Italia una proliferazione inaudita ed entusiasmante di musica, musicisti e gruppi di grande livello, fuori dai soliti circuiti discografici, fuori dai canali ristagnanti della distribuzione tradizionale o dello show-business. Non c’è mai stato un momento così avvincente dall’epoca gloriosa e ormai lontanissima in cui hanno fatto irruzione le radio libere nel mondo stantio della musica “ufficiale”.


Tra le cose scaturite negli ultimi anni… c’è il senso di precarietà. È una cosa che riguarda anche chi, come te, lavora in ambito artistico?

La precarietà è un tarlo che ti rode e ti consuma ed è l’assenza di quello spazio minimo per edificare sogni e futuro. Senza sogno e senza progetto la vita si estingue. E anche l’arte. C’è una generazione costretta a coltivare la propria vita negli spazi claustrofobici del forse e del giorno-per-giorno, appiattita nelle angustie del presente. Non è giusto. È uno spreco intollerabile di giovinezza e di creatività. Le conseguenze saranno terribili. Diventeremo tutti più poveri di idee, di emozioni e di conversazione umana, sempre costretti ad arrabbattarci, ad accettare il meno peggio, a istituire primitive gerarchie in cui il primum vivere verrà innanzi a tutto: anche nei sentimenti, anche nelle scelte degli affetti e delle ragioni diventeremo più meschini e indifferenti.


Il mondo del web quanto è importante per la diffusione della musica e dell’arte in genere?

Il web è il Nuovo Mondo. Apre orizzonti inauditi. E, proprio per la sua “immaterialità”, è il luogo ideale di diffusione della musica e dell’arte in generale. Le occasioni di accessibilità gratuita, di scambio e di condivisione si moltiplicheranno e il dispiegarsi degli ascolti e delle esperienze provocherà di sicuro un’inedita esplosione di creatività e di possibilità.


Dedichi tante ore allo studio ed al perfezionamento artistico?

Credo che un artista non possa fare a meno di esercitare ininterrottamente (e naturalmente) un’attenzione profonda per nutrire ed esprimere in tutti i modi possibili la propria visione del mondo. Chi si dedica all’arte è già votato all’approfondimento e alla ricerca. È una specie di conseguenza fisiologica. È come respirare o sognare. Non c’è la vita da una parte e l’ “esercizio” o lo studio dall’altra. Per chi fa arte, la vita stessa è l’incessante Esercizio.


Quando si compone, quanto contano cuore e passione?

Il cuore c’entra. Sempre. La passione non deve mai mancare. Ma la composizione – come dice la parola stessa – è rigore, ordine, armonia, calcolo, costruzione. È il momento in cui il flusso inarrestabile e imprendibile del “sentire” trova finalmente una forma e un linguaggio condiviso. È – per usare un’immagine della mitologia – come l’acqua corrente che l’Anima, la Psiche compositiva e provvida, deve contenere in un’ampolla.


Raggiungere un proprio stile ed identità, quanto è importante per un artista?

Il proprio stile è tutto per un artista.




© Andrea Turetta, “Babylonbus” 2011.

Illustrazione originale di Daniela Giarratana per il booklet di “Nacht” . Courtesy of © Daniela Giarratana.

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