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Sfida di un musicista dialettico

Intervista di Francesco Zaglia a Rodolfo Montuoro, “Mescalina”


“Hannibal potrebbe essere il più estremo e infallibile alleato nella nostra ricerca di bellezza, verità e cambiamento...”


A poco più di un anno dall’uscita di “a_vision”, ecco “Hannibal” un nuovo disco molto differente dallaltro. Sembra di capire fin da subito che ti interessa ricercare e sperimentare nuove soluzioni.

Sì, per me la sfida è quella di ricoprire ogni volta la stessa colonna vertebrale con un corpo sempre diverso. Un corpo apparentemente irriconoscibile che si scopre durante l’ascolto, rivelando il suo invariato tatuaggio stilistico. Come quando si svela un segreto. Mi piace il segreto perché cova la sorpresa e l’inatteso. Mi illudo che il nascondimento sia un espediente per rendere più intensa ed “erotica” la comunicazione. Questo esercizio mi porta inevitabilmente a sperimentare. Voglio dire che l’intenzione di sperimentare non viene prima dall’impulso comunicativo ed espressivo. È una conseguenza.

I due dischi sono molto diversi però hanno un tratto in comune, ovvero la presenza di uno strumento a fiato legato a una particolare tradizione. Per “a_vision” era la cornamusa, per “Hannibal” è il didjeridoo. È un elemento di continuità oppure no?

C’è un fattore di continuità. Quello che mi interessa nella musica e nel canto (in rapporto alla parola scritta o all’immagine) è quella fisicità immateriale, quell’elemento in più che è dato dalla modulazione dell’aria. Gli strumenti a fiato e il canto plasmano una “materia prima” che è l’aria, il pneuma. Lavorare con l’aria, renderla “materiale” e imbrigliarla in una forma, è un’esperienza forte e vertiginosa sia per il poeta che per il musicista. Ecco perché c’è sempre una fortissima matrice “pneumatica” nel mio lavoro. E poi il “pneuma” – come sapevano gli antichi greci, ma anche nella tradizione ebraica – indica l’anima, lo spirito, il vento, il fantasma invisibile o la vita stessa, ovvero la fonte di qualsiasi emozione o desiderio.

Nonostante l’avvicinamento, i due fiati si portano dietro storie differenti: il primo molto legato all’estensione nello spazio, il secondo che ricalca un flusso ritmico che proviene dal profondo e dall’interno. La “voglia di luoghi” e il “suono dell’interiorità” sono le differenti anime dei due dischi?

Esattamente. In “a_vision” il corcertato dei whistles e della cornamusa ha lo scopo di “fare spazio”, di scagliare la parola cantata il più lontano possibile, verso una distesa siderale. Proprio per questo sono state utilizzate le uilleann pipes che, con il loro movimento a braccio, danno più forza cinetica, più potenza e timbro e lanciano più estesamente e in alto la trama melodica. In “Hannibal” invece questa funzione è affidata al didjeridoo che è lo strumento più antico e ancestrale, con il suo retaggio di quindicimila anni. Qui il “penuma” si inabissa attraverso il movimento della respirazione circolare, non si volatilizza nello spazio. Ma crea una verticalità, una profondità che però è, allo stesso tempo, centrifuga. Infatti, non a caso, il didjeridoo veniva utilizzato - nella notte dei tempi - per amplificare le formule del rito, soffiate e pronunciate direttamente nella canna, provocando (sia in chi lo suona che in chi l’ascolta) una stato forte di concentrazione, di vertigine e di trance. Orizzontalità e verticalità: queste le due dimensioni solcate in “a_vision” e in “Hannibal”. Nel primo volevo creare spazio perché la “visione”, il delirio, il sogno sconvolgono e spiazzano le costrizioni del “qui”e dell’”ora”. In “Hannibal”, invece, dovevo creare profondità, che è la dimensione sottocutanea (e oscuramente sulfurea) in cui si formano e si agitano i desideri e le passioni dell’anima.

Ogni personaggio di “a_vision” appariva “spazializzato”, affine o in contrasto con il luogo che lo circondava (ricordo Ulisse), mentre qui è l’esatto opposto: anche i luoghi sembrano prendere forma di pensiero soggettivo, mentale, visionario. Qui penso alla “Colomba”, un brano visivo ma che in fondo è un flusso di coscienza dell’io che narra. Cosa ne pensi?

In effetti, in questi nuovi brani c’è sempre uno spostamento, una traslazione a volte anche drammatica, dall’esterno all’interno. Perfino le immagini più semplici e cristalline, in questo “trasloco”, restano come segnate. La colomba è la figura della purezza e della fedeltà. Proprio per questo l’ho ricavata da un’antica canzone popolare basca nata insieme alle primitive espressioni della tradizione letteraria popolare. Volevo che avesse una sua assoluta “oggettività”, una “genuinità”, colta prima ancora che diventasse un testo della letteratura, una metafora o un emblema. Avevo bisogno e desideravo una colomba “assoluta” e trascendentale che, dalle remote plaghe del tempo, venisse a trasvolare tra le pareti della mia anima e dei miei ricordi, per portarseli via. Questo effetto è stato realizzato maestosamente dal bridge finale della chitarra che sorvola il magma fatto ribollire dal didjeridoo, dalle percussioni e dal groove elettronico.


Anche i titoli dei dischi sono significativi: “a_vision” e “Hannibal”. Perchè partire proprio da Hannibal a costruire un disco incentrato sull’interiorità. Che figura psicologica è questo personaggio?

Hannibal, nel best-seller di Thomas Harris e nel cult-movie di Jonathan Demme, prima ancora di essere il serial-killer cannibale, è un infallibile psicologo, anzi è lo Psicologo per eccellenza: il vero conoscitore (e forse anche l’amante ideale) di Psiche, dell’Anima. Hannibal conosce dunque assai bene l’inferno della “profondità” e dell’interiorità. Quello di Hannibal, inoltre, secondo me, è anche uno dei pochi miti condivisi che la contemporaneità è riuscita a produrre. Un tempo, il mito era appannaggio dell’epica o del pensiero religioso; oggi, invece, si costituisce nell’arte più narrativa e secolarizzata di cui disponiamo, che è il cinema. Ed è anche giusto che sia così. Ma chi è Hannibal e perché ha così tanto impressionato l’immaginazione collettiva? Hannibal è un serial killer con l’ossessione del cannibalismo. Ha una mente attiva e veloce, è molto abile a leggere nel pensiero altrui e nella mente stessa degli assassini (e dei poliziotti). È un grandissimo conoscitore dell’animo umano ed è dotato di un intuito molto potente. Sente le cose da lontano e capisce al volo con chi ha a che fare. Insomma, il catalogo delle sue virtù è veramente “esemplare”, come quello degli dei e degli eroi greci. Con la stessa facilità sente anche quali sono i veri desideri dei suoi interlocutori. Ha un sicuro istinto animale. L’istinto infallibile del predatore. Le sue vittime se le mangia. Le mastica e le inghiotte come per una forma estrema di pietas e di comprensione. Quelle su cui non esercita il suo cannibalismo, invece, le costringe alla metamorfosi e alla trasformazione. Le obbliga a “snaturare” la propria identità, ad abbandonare il sembiante della crisalide e a diventare farfalla.

Il desiderio di possedere totalmente la vittima è ciò che caratterizza Hannibal. In questo ha come due volti: da un lato, è frutto della voracità contemporanea; dall’altro sembra avvicinarsi a quel “fondo terribile” che secondo Nietzsche caratterizzava la nostre più profonde radici umane. Tu come lo vedi?

Diciamo che il nostro Hannibal, in questa pulsione verso la sua vittima, è una specie di Casanova a rovescio. Se Casanova, infatti, tende a possedere l’oggetto del suo desiderio e poi l’abbandona, Hannibal invece se ne prende cura, fino alle estreme conseguenze. Se lo mangia. Oppure lo induce a cambiare natura. Non c’è la meccanicità dongiovannesca, così ben spiegata da Kierkegaard o da Fellini, in cui il gioco è ripetitivo e diventa alla fine un interminabile elenco di conquiste, sintomo di un’esistenza tediosa, bisognosa e senza più alcun senso. Hannibal invece produce l’incontro erotico per eccellenza, quello che ti toglie la vita oppure te la cambia per sempre. Incontrarlo può essere pericolosissimo. Ma può anche essere una chance straordinaria. Hannibal è un viveur sofisticatissimo, un gourmant, un filosofo, uno psicologo, un cultore della musica, un ricercatore di profumi e di libri antichi, un uomo che conosce benissimo il carcere dell’attesa. Quindi mi è difficile immaginarlo come l’apostolo di quel “fondo terribile” nietzscheano o schopenhaueriano, comandato dalla forza cieca e violenta della sopravvivenza o dell’istinto animale. C’è poca “natura” e istinto e moltissimo calcolo e civilizzazione. Solo che “civiltà” e “razionalità”, in lui, sono portate alle estreme conseguenze, al limite più scandaloso e insostenibile.

Secondo Nietzsche, questa “bestia feroce”, che ci fa paura tanto da costruire falsi idoli di conoscenza per mascherarla il più possibile, è la nostra unica ancora di salvezza, la nostra unica verità. Tu cosa ne pensi?

Sì, questa è una verità. Non c’è dubbio. Ma è una verità meschina che non ci serve affatto perché, se fosse solo così e non potessimo fare altro che sottometterci a essa, vorrebbe dire allora che l’evoluzione dell’umanità alla ricerca del bello, del buono e del giusto non ha alcun senso. E invece noi sappiamo che questa spinta è forse l’unica cosa che potrebbe dare uno scopo plausibile alla nostra esistenza. Certo, la ricerca per affrancarci dalla “bestia feroce” è assai pericolosa. A volte, per attuarla, bisogna correre il rischio di far morire la nostra identità sociale, quella che ci rende uguali e bene accetti agli altri, o di cambiare completamente natura fino a diventare irriconoscibili anche a noi stessi. Hannibal, in questo senso, è esattamente il contrario della bestia feroce assetata di sangue evocata da Nietzsche: potrebbe essere invece – con le stesse devastanti intenzioni poetiche di un Keats – il più estremo e infallibile alleato nella nostra ricerca della bellezza, della verità e del cambiamento.

Il sentore di rituale, di ancestrale, proviene anche dal tuo brano “Hannibal”, così percussivo, ritmato e aggressivo rispetto al resto del disco. Lo sentivi così da subito oppure si è costruito in questo modo in successive evoluzioni? “Hannibal” è la title-track dell’album. Ma è anche la chiave che contiene i codici per decifrarlo. Questa intenzione c’era sin dall’inizio. C’è l’inquietudine, il nervosismo, il senso dello smarrimento e un certo sentore di tragedia. C’è il magma primitivo delle percussioni che, però, è continuamente ricondotto rigorosamente agli “armonici” e alla metrica. In questo pezzo, infatti, l’intenzione è quella di stabilire un conflitto, un passo dispari tra il ritmo e la melodia. Un conflitto che si manifesta dialetticamente. E questa intenzione oppositiva, contraddittoria si percepisce in tutto l’album. A volte nella musica, altre volte nei testi. Ma c’è sempre un procedere dispari. Ad esempio, in uno dei brani apparentemente più “conciliati” e melodici come “La lettera” il contrasto è dato dalla scelta stessa dell’autore del testo, che è Henry Barbusse. Hernry Barbusse era un naturalista/positivista in letteratura e uno stalinista in politica. Era considerato un intellettuale granitico e spigoloso, tutto d’un pezzo e con tre narici. Eppure nei versi della “Lettera” rivela una delicatezza, una profondità di sentimenti, una sensibilità, una padronanza delle sfumature del cuore che stride moltissimo con il suo carattere “pubblico”. Nel brano “Le parole”, invece, la contraddizione è insita nel testo che rivela come – a volte – in uno sguardo assente o obliquo o in un comportamento apparentemente ostile possa invece esserci una grande compartecipazione umana, un’indicibile e fortissima solidarietà. Tutto l’album è segnato da queste oscillazioni, da queste contraddizioni. Addirittura c’è un brano (“Anima”) che è suonato due volte: una prima versione (“Anima I”) è acustica, rarefatta, minimale, fatta solo di voce e chitarra; l’altra (“Anima II”) invece è elettronica e generosamente progressive. Qui, addirittura, ho messo in conflitto un brano contro se stesso e, pur avendo le medesime parole, le due versioni ispirano significati profondamente diversi e sembrano irriconoscibili. Quindi, per tornare alla tua domanda iniziale, direi che la title-track, con un mood “tribal” opposto alla sua simmetria, condensa e semplifica un’intenzione che corre lungo l’intero album. E Hannibal qui diventa davvero il Signore e il Maestro delle contraddizioni.

Infatti il disco riesce a presentare senza problemi di continuità brani come “Hannibal” oppure “Le parole” e brani delicatissimi come “Ghostmusic”, “La lettera” o “Anima I”. A proposito di quest’ultimo: riprende il mito di Eros e Psiche. Parlaci un po’ del brano.

“Anima I” e “Anima II” sono dedicati al mito di Eros e Psiche. E qui Hannibal diventa la controfigura di Eros perché produce l’incontro erotico per eccellenza. Ti infligge la ferita, ma nello stesso tempo ti regala una nuova identità, quella che si accorda ai tuoi veri desideri, che tu sia un serial-killer o un poliziotto dell’Fbi (come nel film con Antony Hopkins e Jodie Foster). Insomma, ti fa davvero diventare quello che sei, senza tanti tabù o alibi morali. Porta alle estreme conseguenze il tuo carattere, il tuo daimon. Se sei votato al male diventerai un assassino. Se sei votato al bene, diventerai l’amante perfetto. Se sei quel poco che sei (e non puoi essere altro), sarai divorato. Quando Eros ti chiama, diventi quello che sei. Ed è a questo momento misterioso e pericoloso della “chiamata” che è dedicato il brano. Che legame ha con Hannibal di cui parlavamo poco fa? Sembrano essere due volti psicologici del disco. Eros/Hannibal ti mette alla prova. Così come avveniva nell’antico mito di Eros e Psiche, anche Clarice (l’agente dell’Fbi Jodie Foster) deve superare degli ostacoli. Innanzitutto, dovrà imparare a non rivelarsi, a tenere sotto controllo le sue emozioni e a rendersi quasi invisibile. Poi c’è la ricerca pericolosa della verità, la cura del dettaglio e l’attraversamento dell’ombra e dell’orrore. Infine dovrà affrontare, da sola, il mostro nella sua casa, per stanarlo e ucciderlo. Queste prove sono più o meno speculari a quelle che, nella favola di Apuleio, Eros infligge a Psiche, per farla ricongiungere a lui e conquistarle l’immortalità: separare e distinguere i semi mescolati, affrontare una bestia feroce per strappargli un ciuffo d’oro, raccogliere in un’ampolla l’acqua dello Stige e, infine, portare in dono a Venere, dall’Ade, un vasetto di unguenti cosmetici. In entrambi i casi, sia per Clarice che per Psiche si tratta di prove che addestrano alla cura del dettaglio, all’autodisciplina, allo smarrimento (la discesa agli inferi) e al ritrovamento, al dosaggio dei desideri (contenere l’acqua nell’ampolla), all’astuzia e alla tenacia. È sintomatico che, in questo nostro tempo, sia Hannibal a diventare il vero Eros, il vero mentore di Clarice, l’autentico amante dell’anima. È un’istigazione potentissima la sua, che pone questioni di vita e di morte e mostra quanto siano influenti le forze dei desideri e dei sentimenti e quanto sia importante averne il controllo. E rivela anche quante chances di vita possano donare, a patto che si sia disposti a essere forti, a superare per essi le prove più estenuanti, a comprenderli fino in fondo e a farsene carico. È un messaggio non banale in un’epoca come la nostra in cui i sentimenti sembrano sempre più sbiaditi, falsi e meccanici. È un messaggio anche molto ambiguo e tremendo, perché per Hannibal non c’è nessuna differenza tra il desiderio del serial-killer cannibale e il desiderio di salvare il mondo dalle grida degli innocenti. Ma tutto questo è una miniera d’oro per l’ispirazione musicale e poetica.

Dioniso come Hannibal praticava l’omofagia. Tutto mi ricorda una delle versioni del mito di Arianna che, abbandonata da Teseo a Nasso, viene raccolta da Dioniso e riesce momentaneamente a placarlo. È possibile placare Hannibal?

Se vogliamo credere alle congetture che abbiamo fatto finora, Hannibal deve essere implacabile. Non può non esserlo. Guai se non fosse così. Diventerebbe una caricatura. Non servirebbe a niente.

“Mythologies I”: questo è il sottotitolo del disco. Walter Benjamin vede il mito come una forma di conoscenza, dove però il fatto stesso di parlarne testimonia la nostra uscita da esso. È legato al senso del sottotitolo oppure la tua strada è differente? Ne stiamo parlando perché ne siamo usciti?

No, per me è il contrario. Ne parliamo perché vogliamo entrare in esso. Entrare in questa dimensione mitografica o mitologica non significa perdere la cognizione del presente, della realtà, della storia, delle relazioni tra la causa e l’effetto. Della razionalità. Fare “mitologia” è un esercizio erratico di composizione, di invenzione e, nello stesso tempo, di comprensione profonda e immedesimazione. Il sottotitolo, in verità, ricalca un saggio ben noto di Roland Barthes che, cinquant’anni fa, confessava un certo “sentimento d’impazienza” rispetto al modo in cui la comunicazione, l’arte, il senso comune o la cultura accademica davano per scontata l’attualità del presente senza interrogarsi su di essa. La stessa “impazienza” che probabilmente provava anche Pasolini nei suoi “Scritti corsari” quando cercava di prendere sul serio la moda dei jeans Jesus e quella dei capelloni, e di spiegarsela. Devo dire però che io non ho nessuna intenzione semiotica o demistificatoria. Sono un poeta e un musicista e divoro il pasto assai nutriente delle mitologie passate e presenti così come farebbe Hannibal con le sue vittime … Certo, che se fai “mitologia” attraverso la musica o la poesia, se metti in cortocircuito immagini forti della tradizione con emergenti figure e simboli (altrettanto impressionanti) dell’attualità o della contemporaneità, il risultato può anche essere fulminante e creare una diabolica moltitudine di significati e di suggestioni. Con Hannibal, per me, è stato così.

Parlando un po’ delle musiche, invece, è un disco molto centrato sugli strumenti a corda. Le chitarre hanno un ruolo molto importante. Come mai questa scelta?

Chitarre e percussioni (del didjeridoo abbiamo già parlato) danno l’identità all’intero album. A differenza di “a_vision”, in cui la compagine dei musicisti era molto ampia per conferire al disco un tenore epico, qui invece ho voluto impiegare la struttura classica del gruppo rock, con batteria, chitarra e basso. Se davvero vuoi dare un senso di profondità, devi semplificare, devi munirti di un’attrezzatura molto flessibile ed elementare. Così puoi scavare o librarti meglio. Certo, la melodia, in questo caso, dev’essere potente e identificabile. E, infatti, per “Hannibal” è così: ci sono delle melodie forti, molto definite e “attraenti”, che legano assai bene con l’immediatezza e l’intensità delle chitarre. Questo intreccio tipicamente rock conferisce all’album una identità precisa e riconoscibile.

La produzione artistica dei fratelli Scarpato ha portato ad orientarti più verso il rock. Se dovesse esserci un “Mythologies II”, come sarà?

Certo, quando ho concluso la composizione dei pezzi sapevo già che le figure più adatte per la produzione artistica non potevano che essere i fratelli Scarpato, due musicisti con una grande esperienza di studio e di palco e una formidabile maestria dei propri strumenti. Li ho cercati e, per fortuna, li ho trovati. Per “Hannibal” mi servivano le coloriture ricchissime delle percussioni di Gennaro e l’inquieto e nello stesso tempo rigoroso virtuosismo chitarristico di Giuseppe. Penso che siano tra i migliori e più eclettici musicisti sulla scena rock italiana e, per me, è stato veramente emozionante lavorare insieme a loro. C’è una grande intensità e familiarità tra di noi. Insieme a Giuseppe e a Gennaro e agli altri splendidi musicisti (Walter Mandelli, Fabio Puglia, Ezio Salfa e Francesco Gabbanini), Hannibal è stato veramente in ottima compagnia. Sono certo che il nostro sodalizio sarà ancora molto forte e fecondo. Ma anche la nostra Special Guest è stata straordinaria. Si tratta di Anna Zoroberto, una star internazionale, soprano titolare al Teatro della Scala di Milano, una delle più belle voci liriche oggi in circolazione. In due brani dell’album ha offerto un’interpretazione maestosa e commovente della voce di Psiche. Mi chiedi delle prossime “Mythologies”. In verità, ho già concluso il lavoro compositivo. Il nuovo album sarà tutto dedicato alla notte e, prima dell’estate, lo porteremo in studio. Ma sarà una notte colorata e furibonda di sfumature, come nelle più emozionanti tele di van Gogh.

Intervista di Francesco Zaglia a Rodolfo Montuoro, “Mescalina”, febbraio 2008.

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