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Tappeti di chitarre e stratificazioni elettroniche

di Andrea Rossi, “Mescalina”


Non sono molti in Italia, oggi, a proporre una musica come quella di Rodolfo Montuoro. Una musica densa, suonata ed arrangiata con cura quasi maniacale, elegante e profonda, tesa alla ricerca del dettaglio perfetto, ma al tempo stesso vitale e sincera, in grado di colpire al primo ascolto.

Dopo l’esordio potente del 2006, l’eccellente a_vision, popolato di atmosfere folk e suggestioni celtiche, seguito dal rock elettrico e nervoso di Hannibal (2008), Montuoro ha lavorato a un concept album dedicato alle mitologie della notte, rilasciando nel 2009 un paio di ep Lola e Orfeo e rielaborando in progress il proprio lavoro anche sulla base del feedback ricevuto dal pubblico del web. Il risultato è Nacht, uscito a fine 2010, che ripropone altre versioni delle tracce dei recenti ep e nuovi brani. Il suono è scuro ma mai cupo, grazie alla ricchezza di timbri, colori ed arrangiamenti disegnati con la consueta perizia dai fratelli Scarpato incaricati di arrangiamenti e produzione, e al respiro dei suoni, curati da Emiliano Garofoli.

Tutto ciò però non sarebbe abbastanza, se non ci fosse alla base la qualità di scrittura dell’autore, di caratura non solo nazionale. Montuoro, lontano dalla scuola cantautorale domestica, propone un approccio rock e atipico alla forma canzone in italiano, elaborando un sound teso e drammatico, in cui elettronica e drumloops forniscono le basi al gioco di scambio tra violino, cello, theremin, doudouk e il muro di chitarre, senza perdere mai di vista l’equilibrio tra melodia e ritmica. L’approccio alla scrittura è visionario e fortemente simbolico, rafforzato dalla personalità della voce, quasi un talking ipnotico, in grado di scandire le parole cesellandole con maestria vocale e narrativa, capace di spostare continuamente i punti di riferimento, tra citazioni cinematografiche, poesia e mitologia. Quello di Montuoro è un rock epico ed inquieto, che sa abbeverarsi a fonti preziose, traendo ispirazione dal pop colto di un Battiato, dal fascino di sonorità progressive, come dalla dimensione art di scuola Tuxedomoon e dal nervosismo malato della migliore new wave. Difficile scegliere i brani da consigliare in un disco di questo livello. Certamente spiccano Blind runner, le cui sonorità rimandano al folk del disco d’esordio, Lola, ballata tragica introdotta da un piano minimal e da un violino di sfondo su cui si aprono squarci elettrici e chitarristici, ed Orfeo. E poi Convergenze parallele, potente nel suo finale sinfonico, Labyrinth introdotta da atmosfere più elettroniche e sensuali, su cui si innesta l’interplay di un violino malinconico e chitarre, e Nacht, dal formidabile incipit “Non c’è più patria se non ci sei tu/che accendi il sole nei miei occhi” che ci porta per mano in un vortice di chitarre di derivazione crimsoniana. Conclusione esplosiva con Per incantamento, liriche da “Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io” di Dante, condotte dalla voce sensuale di Montuoro su un tappeto di chitarre e stratificazioni elettroniche. Uno dei migliori dischi italiani del 2010.


© Andrea Rossi, “Mescalina”, marzo 2011.

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